Actio Ecclesiae et opus musicum

Actio Ecclesiae et opus musicum

di Don Giuseppe Liberto

(fonte: www.korazym.org)

Il canto e la musica nelle celebrazioni liturgiche non servono per una “messa in scena”. Non siamo né iconoclasti né musicoclasti, ma cristiani credenti che, attraverso le arti visive e uditive, rendono visibile e udibile l’ineffabile Verbum. Non a tutti è dato saper vedere la luce e goderne o ascoltare i suoni e inebriarsene. Visione e ascolto sono sempre dono e grazia per chi possiede cuore e intelligenza ed è altresì capace di sapere accoglierli e donarli.

 

Nel libro dell’Esodo leggiamo: Il Signore parlò a Mosè e gli disse: Vedi, ho chiamato per nome Besalèl, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia sapienza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzarli in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro… Inoltre nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza, perché possano eseguire quanto ti ho comandato (31,1-6). Il brano biblico evidenzia come ogni vocazione all’arte per il ministero liturgico provenga dallo Spirito di Dio che chiama per nome e invia per compiere un lavoro particolare nel servizio liturgico. All’origine della vocazione artistica, c’è sempre l’elezione da parte di Dio e, al suo termine, la volontà divina da compiere. Le qualità artistiche straordinarie sono concepite come se partecipassero, in certo modo, alla stessa sapienza divina.

 

Dio, infatti, infonde nell’eletto il suo Spirito, cioè la forza divina che trasforma la persona umana e la rende capace di realizzare atti eccezionali attraverso tre doni: sapienza, intelligenza e scienza. E poi, nell’operatore d’arte infonde la saggezza perché sappia compiere bene la volontà divina. La sapienza è l’emanazione del dono divino che è il riflesso della sua luce perenne insieme al gusto delle cose di Dio; l’intelligenza è l’intuizione artistica della bellezza unita alla capacità di saperla esprimere; la scienza dona la padronanza della materia e dei procedimenti tecnici per la realizzazione delle opere. L’artista liturgico, quindi, divenendo tale per elezione, per vocazione e per impegno personale qualificato, può essere definito “ministro della bellezza divina”. L’arduo e delicato ministero artistico-musicale, all’interno delle celebrazioni liturgiche, s’innesta in questa esortazione che Dio dà a Mosè.

 

Quello del musicista liturgico non è un ruolo esibitivo-spettacolare, sarebbe gesto “sacro-idolatrico”, ma un vero e proprio compito ministeriale “santo-sacramentale”, a servizio dell’assemblea che celebra cantando i divini Misteri. L’esercizio di un determinato ministero, dunque, comporta una serie di doni e di competenze. Per quanto riguarda i Lettori, l’Ordo Lectionum Missae esorta che essi “siano veramente idonei e preparati con impegno”, poi specifica: ”Questa preparazione deve essere soprattutto spirituale ma è anche necessaria quella propriamente tecnica. La preparazione spirituale suppone almeno una duplice formazione: quella biblica e quella liturgica” (OLM 55-56). Questa preparazione non riguarda soltanto i Lettori ma si estende anche a tutti quelli che esercitano il servizio musicale. Mi riferisco al compositore, al direttore della Schola cantorum e agli stessi cantori del coro e ai solisti.

 

Per esercitare degnamente e adeguatamente il ministero, essi devono possedere carisma e competenza. Ogni compito ministeriale a servizio della celebrazione liturgica deve essere conferito in base al carisma che è squisito dono dello Spirito. L’esercizio del carisma suppone la competenza, cioè la preparazione tecnica, la fatica dello studio, della ricerca, del lavoro per acquisire quella professionalità necessaria e indispensabile che sta alla base di ogni autentica espressione artistica e che rende capace all’esercizio del ministero.

 

Sappiamo che le qualità naturali, per essere bene esercitate, vanno educate e perfezionate. Nessuna attività di qualsiasi genere, anche suprema, si può esprimere senza quella tecnica che serve a realizzare, a far comunicabile e comprensibile l’idea che si ha nella mente e nel cuore. Se non si ha la capacità di ordinare, ornare, comunicare le proprie idee, queste resterebbero “non nate” in una sorta di limbo intellettuale e, perciò, sconosciute oppure esercitate male e perciò “nate malforme” e quindi non artistiche e, dunque, non proponibili per la celebrazione dei divini Misteri. Non basta avere una voce “d’oro”, occorre educarla per saperla usare bene.

 

Al carisma, dono dello Spirito, e alla tecnica, collaborazione dell’uomo che fa fruttificare il dono ricevuto, agli artisti liturgici si richiede, inoltre, la preparazione spirituale. Il termine “spirituale” non equivale a un generico “sacrale” ma definisce la particolare esperienza dello Spirito che tutti i battezzati hanno ricevuto in dono. Essa suppone una duplice formazione: quella biblica e quella liturgica (cf OLM 55). La formazione biblica deve portare l’artista alla conoscenza della santa Scrittura per saperla spiegare e musicalmente interpretare. La formazione spirituale serve a comunicare “una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della parola e le motivazioni del rapporto fra liturgia della Parola e liturgia Eucaristica” (OLM 55).

 

Siamo sempre più convinti che soltanto l’adesione convinta e profonda ai valori celebrati trasformerà la preparazione tecnica in ministero fecondo per l’edificazione dei fedeli nella fede e per corroborare la vita teologale dei così detti “musicisti di Chiesa”. Essi non sono soltanto quelli che occasionalmente frequentano la chiesa per servirsi di essa ma veri artisti che vivono l’esperienza di essere Chiesa, Corpo-Sposa di Cristo.

 

Arduo e delicato è, dunque, il compito ministeriale-artistico dei musicisti che operano nell’alveo di quella “santità sacramentale” che non è generica “sacralità”. “Sacro” è cosa che si rapporta alla trascendenza di Dio misurandone l’intervallo tra noi, sue creature, e Lui, il Dio distante e lontano, inarrivabile, insensibile e intoccabile. “Santo” è quando questo intervallo si percepisce trascrivendolo in chiave di prossimità e di presenza. Il nostro Dio è vicino e avvicinabile, perché si è fatto carne della nostra umana natura. Nell’incontro teandrico sacramentale, l’arte del canto e della musica non vive, dunque, per “sacra distanza” ma per “santa partecipazione” (cf Crispino Valenziano in Liturgica Poliphonia Ed. LEV Città del Vaticano). La SC 112 afferma, infatti, con chiarezza e decisione: “La musica sacra sarà tanto più santa quanto più è strettamente connessa all’azione liturgica”. Sappiamo che questi “più” non sono solo maggiorazioni quantitative ma anche qualitative in rapporto al musicale e al liturgico, al pastorale e allo spirituale.

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